Emozionanti, grandiosi, superbi: non si può rimanere indifferenti di fronte ad una performance live dei Muse, anche se sarebbe meglio dire di Matthew Bellamy, visto che la differenza di personalità tra il leader della band e gli altri due componenti è la stessa che intercorre tra una Ferrari e una Cinquecento.

Stendendo un velo pietoso sulla band di supporto (i Noisettes, solo rumore e gemiti della cantante, nulla di più, anzi tanto fastidio), bisogna riconoscere che sentire la voce di Bellamy, sofferente e gorgheggiante, le sue chitarre stridenti che sembrano chiedere pietà oppure vedere le sue mani che si muovono veloci sui tasti del pianoforte, mentre lui ondeggia la testa ad occhi chiusi, è un'esperienza unica ed indimenticabile.

La validità e la particolarità del nuovo album vengono evidenziate nella performance dal vivo, dove tra suoni a volume pazzesco e bellissimi giochi di luci, i Muse esprimono una forza coinvolgente e dimostrano ancora una volta (anche se non ce ne era bisogno), che la banalità e la semplicità sono lontani anni luce da loro.

Vedere un artista in grado di passare dalla chitarra al pianoforte con disivoltura, mantendo un livello tecnico notevole, è una vera rarità al giorno d'oggi.
